Il tempo ritrovato

Coroni

Un paziente Covid19 trasportato all’Ospedale Spallanzani di Roma (The New York Times)

Mantengo il ritmo del tempo che passa contando i blister dei rimedi che prendo. Ogni giorno prendo una pillola e guardo il vuoto lasciato nel blister. Quando sono a metà mi compiaccio della compensazione vuoto-pieno, penso di essere a metà di qualcosa. Sì ma di cosa? Non si sa. Per la prima volta la mia generazione sperimenta un’emergenza mondiale, la sospensione che non deriva da un conflitto con un paese confinante o tra due super potenze che, sebbene distanti, avrebbero potuto annientarci premendo il tasto sbagliato. Il nemico è invisibile, subdolo, nuovo per la scienza e indecifrabile. Un mostro omicida di forse meno di 100 nanometri che tiene milioni di persone prigioniere in casa, ha bruciato miliardi azzerando le borse di tutto il mondo, è andato da Nord a Sud, da Est a Ovest, ha ucciso il ricco e il povero. Ha dilatato il nostro tempo e improvvisamente non dobbiamo più correre. Dobbiamo stare con noi stessi.  Forse in passato abbiamo immaginato a come sarebbe stato avere qualche giorno di libertà, per poter fare le cose che aspettano da mesi (o anni) in garage, in soffitta, sulla scrivania di casa. Abbiamo idealizzato un pomeriggio o addirittura una giornata da spendere operosamente ma per qualcosa che riguardasse solo noi, che investisse il nostro piccolo cosmo. Una pausa che ci consentisse di respirare. Che bello gironzolare senza meta, perdere tempo, aggiustare la gamba del tavolo da pranzo o pulire i sedici bracci del lampadario della bisnonna, che per la polvere ha ormai cambiato colore. In realtà una volta al dunque, cosa riusciamo a fare? Siamo forse disorientati. In men che non si dica siamo passati dalle decine di impegni settimanali a fissare nel vuoto dal divano di casa. Senza contare i bisogni dei nostri “coinquilini”. Attualmente ci sono case sovrappopolate, abitate da lavoratori nei servizi cosiddetti essenziali che devono cercare di non infettare i propri cari. La casa diventa un fortino, un luogo in cui lo stress assorbito sul lavoro si amplifica. La spina non si stacca mai.

All’inizio abbiamo compensato con una sorta di euforia mediatica collettiva. Abbiamo guardato centinaia di video e foto della “resistenza” e di come noi italiani, popolo molto creativo, stiamo reagendo all’emergenza. Abbiamo cantato sui balconi, abbiamo applaudito chi lavora in prima linea, abbiamo riso di tutte le battute. Il superfluo è andato in secondo piano. Prima riempiamo il frigorifero, alla ceretta o alla visita dal dermatologo penseremo “dopo”. Però il dopo ci appare come un buco nero che inghiotte le nostre speranze. I progetti sono già stati annientati, le speranze rimangono nel silenzio della nostra meditazione solitaria, non dette, vittime di un incantesimo fiabesco. In silenzio sogniamo piccole cose normali, forse banali. Il banale è un lusso che non ci possiamo permettere durante un’emergenza. Salire in auto e andare in centro a incontrare un’amica per un caffè, girare a volto “scoperto” e comprare un paio di scarpe e non le provviste per 3 settimane, organizzare una cena con amici, orario, menu, musica. Ci sembra di pensare il proibito, anzi no, l’illegale. Sogniamo il “normale” di una volta, del quale forse ci lamentavamo per motivi che non ricordiamo neanche più, ma che adesso rimpiangiamo perché quel normale ci qualificava. Eravamo noi, la nostra piccola vita fatta di incontri, lavoro, palestra, spesa, figli, marito, cane da portare a spasso, cinema, teatro. Adesso chi siamo? Tre settimane chiusi in casa sembrano tre mesi. Ci  si aiuta, si cucina insieme, ci si scambiano libri, si mangia e si beve, si guarda una commedia alla televisione per distrarsi, si fa ginnastica in salotto, ci si odia, ci si ama, si ride e si piange.

Galleggiamo in questo limbo dove anche l’orologio, nostro nemico giurato, ha smesso di torturarci. Il calendario con le pagine vuote, prive di impegni, ci guarda algido. Quei numeri dall’uno al trentuno sono muti, senza la pressione delle scadenze, non sfilano veloci e dispettosi come quando, dopo aver smantellato gli addobbi natalizi, ci si ritrovava con le uova pasquali e in men che non si dica sotto un ombrellone. Ecco, i numeri del calendario hanno deciso di andare lentissimi. Lentissimi in quelle giornate quando la casa sembra un call center perché è bello il lavoro da casa e la scuola online ma tutti sono collegati e tutti parlano in video conferenza, tutti! Le ore, d’accordo con i numeri del calendario, rallentano a nostra insaputa, ragion per cui dobbiamo fare almeno sei o sette pasti al giorno. Nonostante il calendario non abbia più così importanza, è chiaro che ci sia un punto preciso nella memoria, il “prima”. Prima del mostro. Nel “dopo” tanti esseri umani non ci sono più, un’intera generazione spazzata via insieme alle nostre certezze da terzo millennio in cui tutto deve essere assicurato a tutti, dai gamberetti a pranzo alla rete wi-fi illimitata. Eccoci invece relegati a togliere le ragnatele negli angoli. In tutto questo vuoto, o questo pieno a seconda dei punti di vista, forse c’è spazio per capire chi essere dopo questa guerra senza guerra. Senza false illusioni, non aspettandosi chissà quali cambiamenti. I cattivoni rimarranno tali e i buoni faranno fatica come sempre. Il tempo ritrovato però non sarà sprecato se impareremo a ri-conoscere tutto quello che “prima” davamo per scontato. Perché siamo su questo sentiero? E’ una domanda legittima che affiora se siamo in difficoltà e cerchiamo di capire quello che non fa parte della nostra esperienza di esseri umani. Adesso, in questo momento di vuoto apparente, sta a noi ricostruirci.

#iorestoacasa

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Toni Morrison, io sono qui

TM NBC News

Toni Morrison (NBC News)

 

“We are born already and we are going to die. You really have to do something you respect in between”

 

In un’intervista Toni Morrison ammetteva candidamente che il modo di pensare per scrivere le aveva reso possibile stare “qui” e sopportare le calamità ricorrenti nel mondo. Scrivere non era solo un modo per decifrare e sopportare la realtà ma anche di controllarla. “Scrivere per me è controllo, nessuno può dirmi cosa fare, sono io a controllare. E’ il mio mondo, qualche volta il processo attraverso il quale arrivo al punto è difficoltoso e comunque è mio, è libero ed è un modo di pensare. E’ conoscenza pura” (The New York Times).

Chi definisce la sua prosa poetica ha forse letto una cattiva traduzione perché molti dei suoi libri, dal soggetto al linguaggio allo sviluppo, sono duri, spesso macabri. Beloved, il libro che le valse il premio Pulitzer nel 1988, parla di una schiava fuggitiva che uccide sua figlia pur di non farla tornare a una vita di schiavitù e stenti. In questo romanzo, come in altri, non c’è il grembiulone sul vestito a volant della big mami di Via col vento, o il concetto del buon selvaggio ingentilito; non esiste nessun elemento grazioso o ammiccante che possa rimandare alla presunta grandeur del latifondismo aristocratico. Esiste solo il senso dell’alienazione che il lettore prova quando viene sbalzato in un ambiente totalmente estraneo e violento, senza preavviso. Come succedeva agli schiavi. E’ il luogo in cui il controllo dell’individuo esiste nelle due direzioni, uguali e contrarie: essere fuori controllo e sotto controllo allo stesso tempo.

Non è un caso che Toni Morrison abbia ricevuto il premio Nobel, prima donna di colore. Oltre ai romanzi, una parte importante della sua opera è consistita nel far emergere voci inascoltate con molto da dire, attraverso la pubblicazione del volume Contemporary African Literature (1972), o nell’illuminare attraverso il suo lavoro editoriale alcuni dei talenti afro-americani più significativi (Angela Davis, Toni Cade Bambara, Muhammad Ali). Questo lavoro di scandaglio a beneficio del lettore, per poter meglio apprezzare la sostanza della black life negli Stati Uniti, trova il suo apice in The Black Book (1974), una raccolta di saggi, foto e documenti sulla vita dei neri dall’epoca della schiavitù agli anni Settanta, un collage storico di rievocazione per riempire i vuoti di memoria o di conoscenza di vecchi e giovani, bianchi e neri. Il tono della Morrison, preciso e distinto, come lo ha definito Barack Obama conferendole la Presidential Medal of Freedom (2012), conduce il lettore sul sentiero impervio delle verità dolorose, della memoria storica riaffermata con immagini forti e violente, perché così sono state vissute tante esistenze. E tuttora lo sono.

Toni Morrison era “presente” non solo come scrittrice. L’elenco dei riconoscimenti è lungo una pagina e riguarda non solo l’attività di scrittrice ma anche quella di docente universitaria (State University of New York, Rutger University, Cornell University, Princenton). Tutto quel che faceva di sé diceva “io sono qui” come individuo e porto questi valori, questi ricordi, queste tradizioni che fanno parte della storia degli Stati Uniti d’America. A una giornalista britannica che le chiedeva se avrebbe mai reso più significativa la presenza dei bianchi nei suoi romanzi, rispose che lo aveva già fatto e chiedeva a sua volta se si rendesse conto di quanto razzista fosse quella domanda, perché nessuno chiede a un autore bianco se inserirà dei neri nella propria narrativa.

Seconda di quattro figli, Chloe Anthony (Toni) Wofford nasce nella cittadina integrata di Lorain (Ohio) nel 1931. Grazie ai suoi genitori, un saldatore e una casalinga, può coltivare la tradizione orale di canzoni e racconti popolari afro-americani, la lettura e i classici, studiando anche il latino. In prima elementare, nella comunità integrata in cui vive, è l’unica bambina di colore e l’unica che sappia già leggere. Il primo contatto con la realtà segregazionista l’avrà una volta a Washington per gli studi universitari alla Howard University, e dovrà fare i conti con le leggi di Jim Crow, in vigore fino al 1965.

Quando Toni Morrison pubblica il suo primo libro è una madre single con due figli e un lavoro nell’editoria. E’ la prima editor (donna) di colore presso Random House. Per scrivere deva alzarsi alle quattro del mattino e rubare il tempo al resto del giorno. In questi giorni si sprecano le citano delle sue frasi, vere perle di saggezza, ma quello che colpisce di più sono alcune dichiarazioni. “Negli anni Ottanta il dibattito era ancora confuso: parità di salario, parità di trattamento, accesso alle professioni e all’istruzione … e la possibilità di fare scelte senza essere marchiate”. Non sembra che trent’anni dopo sia cambiato molto.

 

Quando i giovani sono i veri adulti

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Basterebbe far parlare i cartelli che stamattina sfilavano alle 9 per il centro di Bologna (e non solo qui). Giovani studenti ma anche insegnanti e genitori. Si torna adolescenti, all’entusiasmo che ci animava per le grandi cause che non sempre piacevano agli adulti. Come ieri, i “grandi” storcono il naso davanti a questi fenomeni che coinvolgono le masse di giovani.

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Per avere il polso della situazione basta leggere Twitter o Facebook. A colazione trovo un commento di Giuliano Ferrara  (#nogreta) che mi rende difficile la digestione di un bell’uovo sodo. Dunque, non a tutti può piacere un personaggio pubblico, soprattutto se ha 15 anni e dice delle cose che i politici adulti avrebbero dovuto fare da un po’ di tempo. Adesso, sulle treccine non mi soffermerei, perché ognuno ha le proprie preferenze estetiche, e Ferrara avrà una qualche ancora negativa sui capelli se si impunta sulle trecce di un’adolescente. Però avrebbe dovuto essere meno ellittico e illuminarci sul mistero di quel mondo falso e bugiardo perché la dietrologia a prima colazione non fa bene. Il mondo falso e bugiardo non è una novità, se ci sono le fake news è perché esistono i creduloni che se le bevono e i politici che le raccontano. Poco dopo (ero alle prese con una torta di mele), leggo un altro twit, questa volta di Marina Terragni, sulla fragilità di Greta, sul fatto che la povera ragazzina potrebbe replicare il destino di due altri giovani attivisti (morti suicidi). Quando si dice l’ottimismo degli adulti … Questo twit mette un’ipoteca sulla capacità della ragazza di avere una forza che le consenta di “sopportare” delle responsabilità. Comunque, non avrei mai pensato di dover ricorrere a un anti acido di prima mattina, non tanto per quello che mangio ma per quello che leggo. Anche se è impossibile conoscere Greta di persona, se ne può avere un’idea guardando il suo Ted Talk di Stoccolma nel quale, tra l’altro, ammette di avere una diagnosi di sindrome di Asperger e questo, ai miei occhi, la rende ancora più coraggiosa e adulta.  Più avanti nella giornata, con l’uovo ancora sullo stomaco, leggo post su FB dove il lessico si fa più pittoresco e la ragazza viene dipinta come Pippi Calzelunghe de noantri, oppure una cretina, una poveretta.  

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Il riscaldamento globale è diventato un affare politico e non appartiene più alla scienza. Il fatto che degli adulti trovino assurda la campagna di sensibilizzazione perché condotta da giovani è emblematico. Da persone con esperienza ci si aspetterebbe un atteggiamento cautelativo e di prevenzione maggiore rispetto ai danni che hanno contribuito a portare al pianeta. Spesso ci si lamenta del fatto che i giovani siano svogliati e disinteressati, ieri mattina non è stato così.  Saranno loro a scegliere i politici e i legislatori attingendo da giovani altrettanto motivati e soprattutto informati. Spero che a loro vada meglio.

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L’importanza del vuoto per Richard Ford

 

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Frank Bascombe attraversa come protagonista le quattro storie di questo libro (in italiano Tutto potrebbe andare molto peggio, Feltrinelli 2015) e si ritrova suo malgrado testimone di certe disgrazie della vita. Una su tutte, l’uragano Sandy, eclissa le altre tra cui un duplice omicidio e la morte imminente di un conoscente. Tutto sembra seguire l’invecchiamento di Frank: dai riferimenti alle sue vertebre cervicali sub lussate che influenzano i suoi movimenti e tormentano anche le azioni più semplici, ai cambiamenti che i suoi conoscenti fanno, non sempre in positivo. Un esempio, il pescivendolo di lusso Arnie, co-protagonista del primo racconto, è trasformato nel volto, femminilizzato da una chirurgia plastica che fallisce la missione di ringiovanire. Come la tecnologia, che pure pervade la vita spesso in modo sbagliato e inquietante, la chirurgia estetica induce aspettative miracolose ma ottiene risvolti indesiderati, grotteschi e peggiorativi.
La perdita dell’innocenza è il fil rouge del romanzo che, come altri tre, vede Frank Bascombe protagonista disincantato rispetto a una realtà “altra” da come viene descritta sin dalla scuola materna. Il melting pot americano, sogno promesso (ai bianchi), si svela sogno mancato e diviene incubo nei quartieri ghetto per neri e latinos (e italiani) nonostante il doppio mandato di Obama, del quale Frank è un sincero sostenitore. Ex scrittore fallito, si ricostruisce un’identità come agente immobiliare in New Jersey e così impara a conoscere, e riconoscere, gli uomini nelle proprie debolezze e contraddizioni, dal cartello Voto per Romney nell’immancabile praticello verde alla standardizzazione di ogni pratica (chirurgica, religiosa, professionale, educativa, relazionale). Tutto è espressione dell’America in cui le dissonanze aumentano insieme ai suoi anni.
I quattro racconti sono collegati tra loro, un modo congeniale all’autore, acclamato dall’accademia e dalla Paris Review come maestro nel genere molto amato e apprezzato negli Stati Uniti. Questo modello, utilizzato anche negli altri romanzi di Ford, rende la lettura scorrevole per il lettore che, in alcuni passaggi, potrebbe sentirsi sovrastato dalla sua logorrea creativa che contrasta lo stile altrimenti asciutto. Forse questa asciuttezza gli è valso un posto nel Dirty realism di cui faceva parte anche Carver. Forse. Se pensiamo che l’asciuttezza chirurgica di Carver non era proprio endogena, quella di Ford pare essere il risultato non tanto di un editor con le forbici ma di un acido disincanto di cui è “vittima” e di cui rende Frank suo ambasciatore.
Anche se Ford non ammette come Flaubert Madame Bovary c’est moi, diventa chiaro che Frank Bascombe sia il suo alter ego non solo, o non tanto, nelle vicende autobiografiche ma soprattutto nel riflettere la stanchezza rispetto all’inutilità di certi gesti umani. Lo strumento attraverso il quale questa fatica emerge sono i dialoghi che Frank deve sostenere con “gli altri”: la scelta delle parole che accelerano la fine dell’incontro non piacevole con Arnie, che ha appena perso una casa da milioni di dollari a causa dell’uragano; la finta falsità di nice guy con cui accoglie Miss Pines, che si reca in pellegrinaggio in casa sua dove il di lei padre ha freddato madre e fratello trent’anni prima; la mancanza di coinvolgimento emotivo (forzato) per la sua ex moglie malata, per quanto ancora attraente. Le parole che Frank mette insieme per le sue relazioni con l’esterno non sono altro che la registrazione puntuale del disincanto sulle (promesse) potenzialità umane frantumate dalla realtà. Oppure dell’irrazionale necessità dell’uomo di “mettersi in pari” in camera caritatis, come fa un altro suo conoscente, che non vede e non sente da anni (perché Frank non ha amici, ha solo conoscenti). Eddie, malato terminale, chiama Frank al suo capezzale non tanto per dirgli addio quanto per svelargli qualcosa che un uomo non vorrebbe sentirsi dire mai. Frank riflette la stanchezza di Ford rispetto a eventi che richiedono uno sforzo di omologazione: esiste una reazione standard quando un conoscente (che due giorni prima ha annunciato la sua morte imminente per radio) ti dice: ho scopato tua moglie?
Dunque Frank usa le parole per tenere a debita distanza gli altri esseri umani e forse anche Ford avrebbe dovuto usare parole invece di sputare addosso allo scrittore Colson Whitehead in seguito a una recensione non positiva. (Whitehead, a dispetto del nome, è un nero educato a Harvard). La distanza esiste nel vuoto dovuto alle differenze antropologiche, alle calamità naturali, alle malattie, ai diversi credo religiosi e politici, al colore della pelle, al ceto. Che novità. Frank è abitato da una sorta di vacuum che è il prodotto non tanto dell’eccesso di marketing nella vita degli americani quanto dal suo riconoscimento e smascheramento. E’ come il vino per gli alcolisti che ne sono usciti, meglio non averlo in casa.
L’unico momento in cui Frank si rivela “umano” è nel modo forse meno politicamente corretto che se ne stra-impipa della distanza, quando la sua mascolinità riemerge, seppur mitigata dalla fisiologia, nel vedere dei quadri raffiguranti frutti affettati che invece a lui sembrano vagine umane.
E se la vita si riflette nella letteratura, un uragano non lascia solo il vuoto sulle spiagge, portandosi via condomini e ville. Il vuoto è quello spazio freddo dell’anima da cui conviene ripartire. Come risponde Frank al personaggio antipatico di turno che gli contesta quanto poco succeda nei romanzi di Naipaul. Bisogna essere disposti a vedere quel che non è evidente.

Scritto nel 2014, Potrebbe andare molto peggio (il titolo italiano mantiene la promessa in modo predittivo) prima che il fallimento del sogno americano si concretizzasse nel suo attuale presidente, ne contiene tutti i semi che Ford ben dispone in forma narrativa preconizzando il disastro politico attraverso la vita quotidiana, i tic personali e il disastro naturale. La serie di Frank Bascombe nasce con The Sportswriter (1986, uno scrittore fallito diventa giornalista sportivo, proprio come Ford) e prosegue con The Indipendence Day (1995), che del primo è il proseguimento letterario e ottiene un grande successo tanto da portare all’autore entrambi i prestigiosi premi PEN/Falkner Award e Pulitzer Prize for Fiction, insieme al riconoscimento come autore di racconti, il Rea Award for the Short Story, e prosegue con Lo stato delle cose (2006). Dagli anni Novanta in poi Ford vede la sua rinascita come scrittore e inizia a collaborare con diverse università per corsi di scrittura creativa, e con editori in qualità di curatore di raccolte di racconti (Best American Short Stories, Granta Book of American Short Story).

(Pubblicato da Il Sussidiario il 29 dicembre 2017)

Qui abita l’amore

A volte le cose iniziano così, quasi per caso. Si raccoglie una conchiglia, poi un’altra, poi un’altra ancora. La si sciacqua e la si osserva a casa, lontano dal suo habitat. Si notano particolari che al mare, sotto il sole, sono sfuggiti. Un riflesso madreperlaceo, l’architettura perfetta, i colori sfumati, la trama cangiante, la consistenza dura ma frangibile. Si tiene in mano, il suo peso incospicuo, si accarezza sperando che il guscio sveli qualcosa come in un incantesimo rivelatore. La conchiglia è simbolo del mistero nascosto, la accostiamo all’orecchio per sentire un mare che non c’è eppure lo sentiamo, ci crediamo. Siamo rapiti, presi nella rete come tante di loro, imprigionate nei tramagli dei pescatori.

 

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Nautilus pompilius

Quando Gabriele Sercia inizia questo gioco è poco più di un bambino, e il valore di quel che raccoglie gli è sconosciuto. Pian piano si accorge di avere centinaia di esemplari e per sua fortuna conosce, negli anni Ottanta, un naturalista siciliano, Ignazio Sparacio, grande entomologo ed eccellente malacologo, che lo indirizza verso un collezionismo fatto su basi scientifiche. Così Gabriele inizia a catalogare il suo piccolo grande patrimonio.

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Gabriele Sercia

Con il passare degli anni quella che è cominciata come una raccolta “romantica” su questa o quella spiaggia, diventa una vera e propria passione, fatta di ricerche pazienti, scambi con altri collezionisti, collaborazione con i pescatori. “Da una trentina d’anni lo faccio con metodo” dice Gabriele quando lo incontro a Favignana nella casa museo intitolata a suo padre Matteo. Quando entro e mi guardo intorno, capisco subito che non basta una sola visita per apprezzare la bellezza e la varietà della collezione, forse neanche due. Non ci sono solo conchiglie ma anche coralli, fossili, granchi, pesci, anche di acqua dolce, nostrani ed esotici.

 

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Sphaerechinus granularis

La testa di uno squalo mi accoglie all’ingresso.

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Di fronte, in una vetrina illuminata, un pesce violino mi guarda con un ghigno. “Lo sa che gli orientali, una volta morto, ne manipolano le fattezze e lo chiamano pesce diavolo?”. Non lo sapevo. Per gli esperti si chiama Rhinobatos rhinobatos. “Negli anni Settanta ne venne ritrovato un esemplare in una vecchia soffitta e un mattacchione si fece venir in mente di spacciarlo per resti di un alieno …”.

 

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Pesce violino (Rhinobatos rhinobatos)

In effetti si presta, ha una sua espressività, come il piranha che sembra ringhiare da un’altra vetrina. “Quando gli indios li tirano fuori dall’acqua emettono dei suoni gutturali che sembrano proprio delle minacce”.

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Un pesce Piranha

Allora non si può dire che gli manchi solo la parola …

L’amore per la malacologia, oltre a compensare l’aridità del lavoro da bancario che Gabriele ha svolto fino alla pensione (si definisce un ex impiegato fantozziano), si intreccia con l’amore vero, quello di una vita. Giusi, la sua compagna di allora, ha animato e sostenuto la ricerca e la raccolta di esemplari per anni. E’ un elemento sentimentale ma la data dei ritrovamenti è quasi sempre un sabato o una domenica perché Giusi e Gabriele potevano dedicarsi a questa passione solo durante il fine settimana o nei giorni festivi.

Insieme andavano al porticciolo di Isola delle Femmine, piccolo paese vicino Palermo, ad aspettare che i pescatori tornassero e scaricassero nei carretti le reti nelle quali, oltre a gamberetti, pesci e alghe, trovavano anche conchiglie ed esemplari da collezione. Quelle sere spese sotto la luce del lampione a controllare, cercare, sperare, sono ricordate da Gabriele con nostalgia e commozione perché Giusi non c’è più. La storia di questa collezione ha un’unica lunga pausa, la malattia di Giusi, con le assenze dal lavoro e le cure a Parigi. E’ legata alla vita ma è segnata anche dalla perdita.

“I miei superiori in banca mi hanno sostenuto in questo lungo periodo di assenza dal lavoro, con comprensione e pazienza con un’umanità introvabile oggi. Di ciò chiedo solo che il Cielo li ricolmi di benedizioni”.

Adesso Gabriele è il testimone di quella raccolta durata anni, ne è il custode premuroso. Non pensa al valore intrinseco, pensa all’amore che c’è dietro, alla passione che ha animato la ricerca dell’impossibile perché una conchiglia non ha solo un valore scientifico o economico, ne ha anche uno sentimentale.

La conchiglia più preziosa, per Gabriele, non è esotica ma mediterranea, trovata proprio grazie alla caparbietà di Giusi. Quella sera (il 5 gennaio del 1992) solo una barca era uscita in mare tornando con poco e niente, a detta del pescatore. Ma Giusi non si arrendeva facilmente e aveva continuato a rovistare nella posidonia. Con grande stupore di Gabriele ecco materializzarsi un esemplare intatto e rarissimo, per quella zona, di Babelomurex benoiti, che adesso dimora nel cassetto delle Coralliophilidae della casa museo.

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Esemplari di Coralliophilidae

Qui i doni del mare e della sabbia sono disposti in vetrine, alcuni sistemati su supporti rotanti, come un bell’esemplare di Coralliophila pyriformis. Oppure sono tenuti in cassettine di plastica trasparente, catalogati e separati ordinatamente, e riposti nei cassetti.

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Coralliophila pyriformis

Aprirne uno vuol dire fare un viaggio, tuffarsi nell’acqua marina senza bagnarsi, in un mondo sommerso fatto di parole latine. Ogni oggetto racconta una storia diversa non solo perché è diverso da un altro ma perché è arrivato in quel cassetto attraverso mani e modi differenti.

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Esemplari di Cipreide

 

Gabriele abita in un appartamento da lui fatto costruire sopra la casa museo che era la casa dei nonni, poi passata a Matteo, suo padre, che la usava per la villeggiatura. La famiglia era originaria di Favignana ma abitava a Palermo. La casa è piccola e lui ancora si meraviglia di come potessero vivere tutti insieme i nonni con i loro sei figli in così poco spazio. Altri tempi. Gabriele l’ha riscattata dalla sorella con qualche incomprensione e amarezza “ma le difficoltà nel conquistare qualcosa accrescono il valore di ciò che si è conquistato”.

Alcuni paesani pensano che Gabriele sia strampalato perché sfrutta la “proprietà” nel modo sbagliato. In quella casa “gioca” con le conchiglie invece di approfittare del recente sviluppo del turismo a Favignana. Un bed and breakfast porterebbe un certo reddito …

Invece visitare il museo non costa niente, nel vero senso della parola. Gabriele ci tiene a far sapere che la sua attività è senza scopo di lucro e che i visitatori possono lasciare un’offerta libera. Come libera è l’offerta per acquistare la bigiotteria che fa con le sue mani: orecchini, collane e altri monili con conchiglie, soprammobili, souvenir originali e autentici.

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Collane con agata, occhio di Shiva, conchiglia e pietra di sole

“Non ho più le energie di un tempo ma continuo l’attività perché io sono un tramite. E’ Giusi che mi ha fatto fare tutto questo, anche adesso che non c’è più vado avanti per lei. Io sono solo uno strumento”.

Dalle istituzioni locali Gabriele ha avuto solo un sostegno dal direttore dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, Stefano Donati, nei limiti delle sue competenze, inadeguate per una struttura come la casa museo. Un caso non isolato se pensiamo che il nostro patrimonio artistico e naturalistico, invidiato in tutto il mondo, va incontro a un degrado inesorabile dovuto all’incuria.

“Anche santa Teresa d’Avila diceva che gli uomini hanno bisogno di riconoscimenti terreni per andare avanti”. Gabriele sorride mentre monta sul microscopio una micro conchiglia, perfettamente conservata e sistemata in una scatolina con altre minuscole conchiglie. Solo a un occhio inesperto possono sembrare uguali, ma i nomi sono diversi: Pusillina radiata, Setia ambigua, Pusillina interrupta. Piccole e perfette rappresentano un mondo che continuerebbe a rimanere nascosto non fosse per questa collezione. Un vero tesoro.

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Piccoli esemplari di Pusillina da guardare al microscopio elettronico

Osservo la compiutezza della Pusillina e provo lo stesso sentimento di quando guardo un neonato, piccolo eppure completo.

Questo posto è pieno di amore. Una persona che ha dedicato la sua vita alla conservazione di qualcosa che la natura regala dimostra un grande amore. Anche la nuova compagna di Gabriele, Adriana, partecipa in modo diverso a quest’attività, con la sua preziosa presenza, il cui valore esorbita quello delle tante pregiate conchiglie.

Per uno sguardo insolito sulle Isole Egadi MadeinEgadi

 

La letteratura oracolare

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Il racconto dell’Ancella è un libro violento. Nonostante la particolarità della scrittura, piana ma penetrante, e il dipanarsi della trama, che tiene incollato il lettore pagina dopo pagina, è un viaggio in un inferno emotivo e morale, nella spoliazione dell’individualità e del libero arbitrio in una società che rinnega la civiltà che l’ha generata. Per questo bisogna leggerlo.

Romanzo distopico, narra le vicende di una donna americana in una società trasformata in una teocrazia di suprematisti bianchi in seguito a un brutale colpo di stato di cui vengono accusati estremisti musulmani.

Le libertà individuali sono annullate del tutto: gusti, tendenze, fedi, preferenze vengono irregimentate in nome di Dio, il matrimonio tradizionale reso obbligatorio e combinato. Le donne non possiedono più nulla, non possono andare a scuola né lavorare o leggere o scrivere. Dipendono totalmente dal marito, se ne hanno uno.

La società è gerarchizzata in modo semplice: la posizione apicale è occupata dai Comandanti (in uniforme nera), la cui ombra è riempita dalle Mogli (in lunghi vestiti blu); poi ci sono i Guardiani (in nero anche loro, si spostano su sinistri furgoni neri), che fanno il lavoro sporco per mantenere alto il livello di terrore; le Zie, dotate di pungolo elettrico, svolgono una costante azione di catechizzazione delle altre donne usando la Bibbia per giustificare ogni cosa, anche le esecuzioni in piazza, chiamate Salvamento; gli Occhi, le spie infiltrate a tutti i livelli, contribuiscono a mantenere pulita la società e i cittadini conformi. L’ultimo gradino dell’organizzazione è occupato dalle Marta (di verde vestite), domestiche indottrinate che vivono e servono nelle case dei Comandanti. Al di fuori di questa rete efficiente, nelle colonie (dove sono costrette a dismettere rifiuti tossici) troviamo le non-donne, che non possono procreare a causa di un inquinamento abnorme che ha provocato una sterilità di massa.

In questa griglia perfetta le Ancelle (in lunghi e ampi abiti rossi con cappello-paraocchi) sono “uteri con due gambe”, donne che sulla carta sono ancora in grado di procreare e vengono affiancate a una Moglie sterile facendo quello che Rachele fa con la serva Bilhah (Genesi, 30:1-3, l’utero in affitto ante litteram). In un rituale orrendo, che cade nei giorni fertili, l’Ancella giace con il Comandante in presenza della Moglie, sperando di rendere onore alla propria funzione.

Le Ancelle vengono assegnate a un Comandante e ne prendono il nome: la protagonista si chiama Offred (of Fred, di Fred) e vive nella repubblica di Gilead, un luogo tetro che neanche i giardini in fiore riescono a rischiarare. Qui il simbolo di appartenenza è un logo (un occhio con due ali bianche) presente sui soffitti delle stanze, sulle portiere dei furgoni neri, sulle insegne dei pochi negozi. Gli Occhi sono ovunque, anche nei cespugli, e nessuna rischia di essere caricata su un furgone nero per aver sussurrato un’opinione.

A Gilead ogni cosa è ridotta ai minimi termini, dall’esteriorità al pensiero, il lavaggio del cervello biblico-ossessivo obbliga le persone alla schiavitù intellettuale. “Quella di prima era una società uccisa dall’eccesso di scelta” dice Zia Lydia, una delle zelanti aguzzine predicatrici che d’altro canto dimostra una certa praticità nel suggerire alle sue ragazze perché manipolare: gli uomini hanno una sola cosa in mente, imparate a manipolarli e a prenderli per il naso (dove naso è una blanda metafora) per il vostro tornaconto. E’ Dio che lo vuole.

Le donne di Gilead, che siano Moglie, Zia, Marta o Ancella, sono morte dentro eppure rifuggono un raffreddore, un malore, un mese senza ciclo perché potrebbe significare la fine della funzione per la quale sono in quell’esatto posto: rappresentare, educare, servire, figliare. In una parola “vivere”.

Offred non è un’eroina. Le sue giornate, oltre agli accoppiamenti mensili con il Comandante, prevedono un elaborato sforzo mentale per svuotare la mente e intorpidire il ragionamento perché la sua unica salvezza è fare figli per un’altra donna. I muri, i cespugli, la contenzione più o meno evidente, fisica o psicologica, diventa un elemento rassicurante, il solco da seguire docilmente anche senza la minaccia del pungolo elettrico. L’abbrutimento è tale che una delle parti più significative e non violente è quando Offred viene portata dal Comandante nel suo luogo segreto. Non per fare sesso selvaggio lontano dagli occhi vigili della Moglie ma per consumare il massimo del peccato per un’ancella, leggere. Il luogo segreto è una stanza con una libreria che corre tutta intorno, piena di libri e riviste del passato, ciò che è scampato ai falò epurativi dopo il colpo di stato.

Anche a Gilead, la finta repubblica dell’assurdo, esiste un alto muro che corre lungo i confini della città, al quale vengono impiccati i deviati sessuali (i gay), i traditori e le traditrici, con una pubblica funzione (il giorno del Salvamento) come monito e deterrente per gli altri. E’ il simbolo concreto della limitazione della libertà individuale. Oltre quello nessuno può avventurarsi, c’è la morte fisica. Al di qua invece …

Scritto nel 1985, in pieno edonismo reaganiano, dall’acclamata scrittrice canadese Margaret Atwood (sarebbe troppo lungo elencarne tutti i riconoscimenti) riflette le politiche sessuali di quel periodo: solo qualche anno prima una donna non poteva ottenere una carta di credito senza la firma del marito (sembra preistoria) e l’industria del porno contribuiva allo svilimento della figura femminile.

Il racconto dell’Ancella è libro di testo nelle scuole superiori degli Stati Uniti e, a giudicare dal risultato, forse è stato sottovalutato nell’illustrare delle possibilità. Si dirà: un libro è un lavoro di fantasia, però mai come in quest’epoca la realtà ha superato la fantasia, come l’autrice ha commentato durante un’intervista per il New Yorker lo scorso aprile: difficile scrivere qualcosa di realistico quando la stessa realtà è assurda.

Forse per questo motivo è diventato di recente una serie televisiva (da aprile in onda sulla rete on demand Hulu) ed è stato rispolverato da larga parte degli intellettuali che ne ha riconosciuto la forza profetica, insieme a 1984 di Orwell, uno dei libri più venduti nell’ultimo semestre.

“Dopo sessant’anni perché siamo ancora a questo punto?” si chiede la scrittrice, che ha partecipato alla Women’s March di Toronto. Forse perché le conquiste sociali non sono permanenti e dipendono dalle correnti di pensiero, e diventano poi scelte politiche. Quel che sembra acquisito oggi potrebbe non esserlo domani e, in alcune parti del globo terrestre, potrebbe non esserlo mai stato.

Uno dei passaggi più oracolari dell’intero libro riguarda il Comandante, del quale Offred rende uno spunto:

“Forse ha raggiunto lo stato di intossicazione che sembra ispirato dal potere, lo stato in cui credi di essere indispensabile e quindi puoi fare qualsiasi cosa, assolutamente tutto quello che ti pare, proprio tutto”.

Lo stesso concetto è stato espresso in campagna elettorale dall’attuale presidente degli Stati Uniti. Avrà letto il libro?

(Pubblicato da Il Sussidiario 6 giugno 2017)

 

Il (nuovo) sogno americano

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the Donald, miliardario con un sogno (photo the gawker.com)

Strano a dirsi ma anche un miliardario può sognare il posto fisso. In quest’ottica il biondo alla Casa Bianca ha il suo perché. In un momento di estrema manipolazione, quando è difficile discernere una notizia vera da una bufala, e quando le abilità cibernetiche servono ad aumentare la confusione, è importante avere una figura di riferimento. E’ davvero un peccato non conoscere the Donald personalmente, provare il brivido di stringere la mano prima che ti acchiappi dalla parte a te più cara (se sei donna), uno che si è subito distinto per i suoi modi pacati e inclusivi, con una retorica così potente nonostante un vocabolario tra i più limitati degli States. Chissà quante cose potrebbe davvero dire se solo conoscesse più parole, più aggettivi, e quanto potrebbe essere efficace nel condurre il paese più potente al mondo (che ci piaccia o no). Bisogna riconoscergli l’abilità a coniare nuove parole: quando ha detto “we won bigly” voi detrattori avete pensato che bigly esistesse solo nel suo vocabolario. Adesso anche nel vostro. Una star di Apprentice non dice gli avverbi a caso senza poi renderli universalmente usabili, e siccome l’accademia della Crusca è al di qua dell’oceano ecco che bigly è entrato di prepotenza nei post di FB, non importa se per sbertucciare il presidente più sbertucciato degli ultimi duecento anni. Beautiful e tremendous seguono la graduatoria degli aggettivi presenti nel programma linguistico presidenziale (si chiama Word for Twitter), seguiti a breve distanza da great. Un discorso a parte meriterebbe fake, sul versante negativo, ma tralasciamolo per pensare ad argomenti più pressanti. Il miliardario con un sogno è così attaccato alle tradizioni da voler tornare al carbone, che anche la Cina ha smesso di importare dalla Corea del Nord perché impegnata a costruire l’installazione di pannelli solari più grande al mondo. Energie rinnovabili? Over rated! come ha avuto a twittare di Meryl Streep che alla cerimonia dei Golden Globe lo ha grigliato senza neanche nominarlo una volta. Perché voi pensereste che un presidente degli Stati Uniti abbia altro da fare. Invece no. Oltre al sogno in controtendenza (di fisso negli States non ci sono neanche le tette finte), the Donald ha inventato una nuova professione, il twittarolo, questo per dare un impulso al mercato del tech. Lui naturalmente dà il buon esempio e già alle 6 del mattino è al suo apparecchio a prendersela con la stampa (ancora) indipendente o con chi non gli ha mandato un mazzo di rose. Forse bisogna stargli un po’ dietro perché copiando i titoli delle notizie su Fox News ogni tanto gli scappa di twittare anche la pubblicità. A parte questo, si concentra su temi di importanza globale come la folla realmente accorsa alla sua proclamazione di presidente, il voto popolare in cui crooked Hillary lo ha surclassato e il declino della trasmissione The Apprentice da quando lui l’ha lasciata. Questo perché non vuole togliere il lavoro all’FBI e alla CIA per rendere ufficiali le verità scottanti sulle connessioni con la Russia. Più democratico di così si muore. Avrete notato l’aplomb nel lasciare che fossero le agenzie succitate a scoprire le malefatte di Michael Flynn e Jeff Session (ma solo dopo il loro giuramento!) e chissà cosa ci riserva il futuro. Che lui e Ivanka facessero produrre le loro cose in Cina è cosa vecchia, non fa notizia. Una parola di conforto a quella povera figliola. Le si può perdonare tutto, anche il naso rifatto e il boicottaggio dei consumatori che gli è costata la distribuzione da Nordstrom. Quei suoi regali silenzi sulle cause femminili, celebrate invece da milioni di donne in marce globali, sono certo dovuti alla vaghezza del compito di supplente first lady. Melania, la parte migliore della first couple, non può ancora credere al grande colpo di fortuna che le è capitato da quando the Donald è stato deportato a Washington. Finalmente è sola nella torre dorata, con il telecomando tutto per sé. Certo nessuno potrà ridarle i suoi vecchi connotati, senza zigomi e mascellona di ordinanza, ma almeno potrà togliersi quelle seccanti lentine colorate, e godersi l’aumento del suo gradimento al 52%. Impensierisce il recente silenzio del twittarolo: nonostante il grande affanno a buttare il guano sull’ex presidente, the Donald è un po’ sottotono. Eppure, a pensarci bene, nessuno incarna meglio di lui il sogno americano. Divenuto miliardario per lascito paterno, indebitato per centinaia di milioni di dollari, andato in bancarotta appena nove volte, trova lavoro nel governo. Uno stipendio fisso e la possibilità di far ripartire le sue aziende grazie a un comodo conflitto di interessi. In un mese ha speso in security e spostamenti più di Obama in un anno, ma da bravo imprenditore ha trovato dove tagliare: agenzia dell’ambiente, guardia costiera, cultura e sicurezza negli aeroporti. Eppure è moscio. Sarà che deve ancora produrre qualche migliaio di nomine statali (quindi se volete qui ci sono almeno tremila posti scoperti); sarà che il Messico taccagno quel bel muro non vuole proprio pagarlo; sarà che la Fed non ce la fa a stare dietro alle mille cose che, a parole, lui vuole fare senza nella pratica dire esattamente come. Fatto sta che la domanda che circola negli ampi corridoi della Casa Bianca e serpeggia trai tavoli dei ristoranti giusti a Washington riguarda  WikiLeaks. Dopo aver fatto trapelare migliaia di documenti scaduti, vecchi di anni, a dimostrazione del fatto che la CIA ci spia, la tristezza di Potus potrebbe riguardare il ritrovamento di quelle benedette dichiarazioni dei redditi. Sembrerebbe che da anni the Donald non paghi un centesimo allo zio Sam. Di certo questo non scalfirà la fede dei suoi sostenitori,  a farli fuori ci penserà Trumpcare.

Se il sogno diventa incubo ecco la terapia